Lucio Bernardi

Cinquant’anni con un amico
Ultimamente, fra me e Giulio, ci s’intendeva a gesti, a mezze parole. Potevamo quasi fare a meno del linguaggio convenzionale per capirci.
A questo, ci aveva portato la lunga assidua frequentazione, il comune modo di giudicare le cose, il gusto del paradosso, un elevato senso dell’umorismo, l’odio per il convenzionale e il retorico.
Avevamo molti amici in comune, ma l’amore per l’arte e le circostanze a volte curiose della vita, ci avevano tenuti uniti per mezzo secolo, da quando, molti anni prima della guerra, si era presa la consuetudine di incontrarsi giornalmente con l’amico Moroni.
Erano anni difficili, ma nulla poteva trattenere la nostra voglia di vivere, di conoscere e di scherzare.
Poi la guerra ci aveva dispersi. Giulio era apparso fugacemente al Comando Militare dove prestavo servizio, e per un breve periodo dormimmo fianco a fianco nella gelida camerata.
Ci ritrovammo più tardi, durante il passaggio del fronte, quando solo il crinale di una collina divideva i nostri rifugi di sfollati. Ricordo che Giulio dipingeva campagne tenere e tranquille, mentre lontano, all’orizzonte vedevamo levarsi il fumo dei bombardamenti, e giungevano fino a noi con eco smorzata, i cupi boati della guerra.
Questa passò col suo strascico di lutti e rovine, e, tornati a casa, Lui io e Moroni riprendemmo, con una gran voglia di dimenticare, i nostri convegni giornalieri. C’erano con noi il pittore Curugnani (sfollato da Rimini) e Sanzio Giovanardi, eccellente xilografo, prima ancora che approdassero a Santarcangelo Muccini e Vespignani.
Furono amicizie e presenze che lasciarono il loro segno.

La valle del Marecchia

La valle del Marecchia


Avevamo ritrovato l’antica spensieratezza. Con i residuati bellici costruivamo in gara razzi, girandole e mortaretti da far scoppiare nottetempo sui tetti del paese addormentato.
S’andava al mare con mezzi di fortuna, e sdraiati nella sabbia, ascoltavamo Vittorio declamare pezzi di poesia.
Discutevamo anche d’arte poichè allora erano in corso grandi mutamenti nella pittura, e solo oggi, a trent’anni di distanza si può forse valutare quali di essi fossero necessari.
Nel periodo “neorealista”, la pittura di Giulio si era un pò incupita. Dipingeva treni e ferrovie, pezzi di macchine, “draghe”, tralicci in stato di abbandono, e fra le alte erbacce di quei luoghi, già cominciavano ad affiorare le sue famose “batane”.
Nel 1965 fummo invitati in Jugoslavia, nell’ambito di uno scambio culturale che aveva fra gli organizzatori il nostro amico Gianni Quondamatteo.
Vi ritornammo, e per lunghi periodi, nel 1967, nel 1969 e ultimamente nel 1976. Ogni volta fu l’occasione per incontrarsi con artisti di ogni parte del mondo, alcuni di fama internazionale.
Consolidammo con gli anni alcune amicizie, e fra queste non posso dimenticare quella che legò Giulio, ed anche me, con Ico Mutevelic.
Questi, che a Mostar dirige un importante Centro Culturale ed Editoriale, avuta la triste notizia della morte di Giulio, non aveva esitato ad intraprendere un lungo viaggio per venire a piangere sulla tomba dell’amico.
Non posso riassumere, in queste poche righe, i cinquant’anni, durante i quali la mia vita è stata parallela a quella di Giulio; è certo però che le lunghe estati trascorse assieme, gli amici comuni, la consuetudine dei nostri incontri, il grande affetto, fecero della nostra amicizia qualcosa di sublime. La sua morte mi ha colpito a tradimento; un amico così caro non può partire all’improvviso, senza un saluto, senza darti il tempo di abituarti all’idea della sua scomparsa, ed io cerco in ogni modo di trattenerlo con me nel ricordo. Non so in quale suo dipinto (o forse in più di uno) fra i personaggi ritratti in gruppo sulla spiaggia per chissà quale evento, ve n’è uno di spalle, che guarda verso un punto lontano e misterioso, sopra l’orizzonte.
Forse Giulio rappresentava inconsciamente se stesso rivolto ad interrogare l’infinito.